- Il Caso Pisa
La macchina comunale e le partecipate
Per avere delle idee, d’altra parte, sarebbe necessario avere una concezione ampia e articolata del bene comune e una gamma vasta di obiettivi di governo, due cose del tutto estranee alla giunta Conti. A giudicare da quasi otto anni di governo l’idea che informa questa maggioranza e il blocco di potere che la sostiene potrebbe essere sintetizzata in questo modo: Gli affari privati devono essere al centro di tutte le cure e dell’iniziativa dell’amministrazione comunale (stimolati, sostenuti, difesi) perché il buon andamento di essi è la sola garanzia di benessere per la città e per i suoi abitanti. Per i nostri amministratori fuori da questa logica appare esserci ben poco di interessante e persino di immaginabile.
Nell’azione quotidiana questa monocultura dell’interesse privato finisce per riconfigurare in profondità due degli strumenti fondamentali del governo locale: la macchina comunale e le aziende controllate e partecipate.
Per quanto riguarda il primo punto va osservato che sin dall’inizio la Giunta Conti ha rimodellato la struttura organizzativa dell’Ente (Macrostruttura) al fine di raggiungere gli obiettivi di mandato creando nuove Direzioni che fanno riferimento ai nuovi Assessorati e con trasferimento di personale spesso dell’area dei funzionari verso le Direzioni ritenute strategiche (ad esempio urbanistica ed edilizia) lasciando sotto organico i servizi alla persona come gli asili nido, i servizi sociali (si veda l’uscita dalla Società della Salute). Già queste modifiche stanno a indicare quali siano i servizi ritenuti strategici e conseguentemente più soggetti al controllo politico: ne è un esempio la Direzione della Polizia municipale posta direttamente sotto il controllo politico del Sindaco. E queste modifiche si sono succedute nel tempo con una certa frequenza dando un’idea sempre più chiara di cosa conta e cosa no per la maggioranza. Uno degli assi principali è stato ad esempio il perseguimento della politica del “Comune leggero” che controlla sempre meno e che si caratterizza per l’esternalizzazione/privatizzazione di funzioni e personale. Si pensi ad esempio all’esternalizzazione delle politiche culturali e turistiche alla già esistente Pisamo, al centralino, fino a servizi di massima “delicatezza” quali gli asili nido e servizi cimiteriali; scelte che si ripercuotono anche sui dipendenti vanificando un patrimonio di competenze e professionalità che si è costituito nel corso degli anni. A tutto ciò si aggiungano gli appalti al ribasso: un esempio eclatante riguarda il taglio del salario alle lavoratrici dell’appalto dei servizi diversi dall’educativo. Una tale riorganizzazione della Macrostruttura evidenzia che il punto di riferimento dell’Amministrazione non sono più i servizi alla cittadinanza (con conseguente snaturamento della funzione pubblica del Comune), ma l’agevolazione e la soddisfazione di redditizi investimenti privati.
Identica è la logica della gestione degli enti e delle società partecipate e controllate, ad alcune delle quali sono state esternalizzate funzioni precedentemente svolte dalla macchina comunale sottraendole così al controllo e al governo della collettività. Basti pensare alla nascita della Patrimonio Pisa Srl a cui il Comune sta progressivamente trasferendo la gestione di pezzi interi del proprio patrimonio immobiliare, e al trasferimento alla Pisamo delle politiche culturali-turistiche e sportive e la gestione degli eventi.
All’interno di questo universo le società partecipate sono diventate, attraverso il meccanismo delle nomine fatte direttamente dal sindaco, un pezzo portante del sistema di potere della destra con un vero e proprio gioco delle porte girevoli e una lottizzazione feroce tra le diverse forze politiche che compongono la maggioranza. Dal Teatro Verdi alla Port Authority, da Farmacie Comunali a Sepi c’è un vero e proprio sistema in cui non mancano casi di conflitti di interessi e legami stretti con alcuni dei grandi protagonisti della vita economica locale. Una sezione dell’inchiesta “Pisa Depredata” sarà dedicata ad una mappatura di questo sistema costruito sulle società partecipate e dei legami con l’imprenditoria locale.
Nei fatti, istituzioni pubbliche che dovrebbero quindi rispondere alla logica del controllo democratico e del governo collettivo, vengono quindi assoggettate sempre più a interessi privati e inserite nel grande gioco della finanziarizzazione della città.
Il sacco della città portato avanti dalla destra non si limita quindi a sottrarre pezzi di patrimonio pubblico, a metterli nelle mani di una finanza ormai sempre più transnazionale e ad azzerare tendenzialmente il controllo democratico sulle grandi scelte di governo, ma ridisegna in profondità il senso e il funzionamento del consiglio comunale, della macchina comunale e degli enti controllati piegandoli in modo consapevole e sistematico al perseguimento di interessi economici privati. Ridisegna non solo la città fisica ma anche la sua cultura e il modo di governare.