- Le trasformazioni urbane a Pisa, Mappatura casi concreti
Il Piano Operativo Comunale (POC)
Il 23 aprile 2026 la maggioranza che sostiene il Sindaco Conti ha approvato l’adozione in Consiglio Comunale il nuovo Piano Operativo Comunale, lo strumento che decide il futuro della città per i prossimi anni. La delibera è stata approvata con una grave forzatura per quanto riguarda il metodo: tempi compressi e migliaia di pagine consegnate ai gruppi consiliari soltanto giovedì 16 aprile, non consentendo un’analisi accurata.
Questo Piano rappresenta un vero e proprio sacco della città. Infatti dentro il POC troviamo, la sintesi delle politiche della Giunta Conti: cementificazioni, svendita del patrimonio pubblico, turistificazione, gentrificazione: un modello ambientalmente insostenibile che favorisce le grandi speculazioni.
Altro che transizione ecologica: questo piano prevede una enorme colata di cemento. Parliamo di 474.900 metri quadrati di nuovo edificato e di ben 182.000 metri quadrati di nuove superfici destinate a parcheggi. Una scelta che va esattamente nella direzione opposta rispetto a ciò che stanno facendo le città europee, dove si riduce il consumo di suolo, si investe nel verde e si limita l’uso dell’auto privata.
Qui invece si continua a costruire e a impermeabilizzare, arrivando a prevedere la trasformazione di aree verdi e spazi urbani in parcheggi, anche in zone delicate della città. Non solo: mentre si investe su cemento e auto, non c’è alcuna previsione esplicita e strutturale per la realizzazione di nuove case popolari, questa specifica categoria non ha avuto un disciplina autonoma ma è stata confusa con molte altre destinazioni, così che su quei terreni dove verranno fatte nuove edificazioni con scopi sociali, ben potrebbero sorgere palestre invece che alloggi ERP. Inoltre si arriva a ipotizzare l’applicazione del cosiddetto “Salvacasa” per rendere abitabili spazi minimi e inadeguati. Allo stesso modo manca una vera strategia sul verde urbano, con l’assenza di nuove aree verdi fruibili che possano rappresentare una risposta concreta alla crisi climatica.
Il modello che emerge è chiaro: più cemento, più parcheggi, più traffico, meno diritti. Si depotenziano le alternative, si indeboliscono le prospettive di mobilità sostenibile e si va in direzione opposta rispetto a investimenti strategici come la tramvia. Si interviene ad esmepio su aree oggi libere e permeabili per realizzare parcheggi, come quelli previsti davanti alla Coop e, in modo ancora più scandaloso, davanti alle scuole “Mazzini”, contribuendo ad aumentare
traffico, inquinamento e isole di calore, invece di rafforzare il sistema del verde urbano e gli strumenti di adattamento climatico.
Ancora più gravi sono alcune scelte puntuali che riguardano la trasformazione di spazi pubblici e pezzi importanti della storia della città. Pensiamo alle ipotesi di demolire e trasformare in parcheggi la mensa universitaria di via Martiri (questo addirittura multipiano!), le aule studio Pacinotti e lo Spazio Antagonista Newroz in Via Garibaldi. Pure follie che occorre fermare. Stessa sorte si prevede anche per l’attuale sede della Questura trasformata in un parcheggio multipiano.
Non solo, a ben vedere, si dettano in modo inquietante anche le linee da seguire una volta scaduti i termini per attuare il piano di recupero del Santa Chiara. L’amministrazione infatti impone alcune linee per il futuro, tra queste demolizioni di edifici ed altri parcheggi multipiano nonché possibilità di alberghi di lusso.
Un altro pilastro del piano, poi, è proprio la turistificazione. Si moltiplicano le previsioni di cambio di destinazione d’uso per attrarre grandi investitori e fondi speculativi. Tra gli esempi più evidenti ci sono Palazzo Mazzarosa, Palazzo Leoncini, la sede della Banca d’Italia, la caserma di San Vito, l’ex asilo Coccapani, l’ex ASL in via Zamenhof. Parallelamente, si prevede la realizzazione di strutture legate all’ospitalità temporanea e al cosiddetto “student housing” in luoghi come l’ex-Dipartimento di Chimica, l’Intendenza di Finanza in piazza Carrara, la caserma San Vito, l’ex-uffici Apes in Via Fermi e ancora l’edificio della Asl in via Zamenhof.
Interi quartieri saranno stravolti: San Marco e San Giusto con le grandi lottizzazioni legate a RFI, Pisanova con nuove edificazioni, e ancora la realizzazione di infrastrutture e strade come quella prevista per Biologia che comporterà la distruzione del bosco del Sanguigno. Il centro storico, da Santa Maria a San Martino, sarà sempre più piegato a un uso turistico, mentre Marina di Pisa, con le maxi operazioni immobiliari legate al colosso Namira nelle aree del porto, rischia di diventare uno spazio sempre più inaccessibile.
Si tratta di un modello che punta a trasformare il centro storico e parti rilevanti della città in spazi sempre più orientati al turismo e alla rendita, espellendo progressivamente i residenti e svuotando i quartieri delle loro funzioni sociali.
Il piano è chiaramente costruito a misura di privato. Si spalancano ancora di più le porte alla grande distribuzione, favorendo nuove superfici commerciali anche in aree oggi produttive o dismesse, come l’ex Colorificio e la ex Kimble, mettendo ulteriormente in difficoltà il commercio di vicinato e le botteghe storiche.
Di fronte a questo scenario pur con tempi compressi e gli evidenti tentativi della maggioranza di impedire una discussione vera, abbiamo preparato una controproposta radicale e concreta composta di 256 emendamenti. Abbiamo proposto che i grandi volumi chiusi e abbandonati, che si vorrebbero consegnare alla rendita per generare profitto, siano invece destinati a case popolari, funzioni sociali e culturali e spazi di aggregazione, a partire dalla difesa di quelli esistenti che si vogliono demolire per farne parcheggi, come nel caso del Newroz, della mensa in via dei Martiri e delle aule studio Pacinotti. Abbiamo inoltre presentato proposte a favore del diritto all’abitare per tutte e tutti, chiedendo di cancellare le nuove edificazioni e la crescita indiscriminata dei parcheggi, fermare i processi di turistificazione e destinare i grandi immobili abbandonati a edilizia residenziale pubblica, funzioni sociali, culturali e spazi di aggregazione.
Per noi il punto è semplice: la città non è una merce, ma uno spazio di diritti. Questo piano va nella direzione opposta, favorisce la rendita privata e scarica i costi sull’ambiente e sulla collettività.